LA REALTÀ NON SCOMPARE
Philip K. Dick, i replicanti al potere e l'insostenibile leggerezza del vero
Philip K. Dick aveva un problema con la realtà. Non riusciva a fidarsene. La interrogava, la smontava, la rivoltava come un guanto e quando finalmente sembrava averne trovato una spiegazione soddisfacente, scopriva che qualcuno gli aveva cambiato il guanto.
Era paranoico? Aveva certamente le sue ossessioni, e non poche. Ma bisogna riconoscergli una certa lungimiranza: oggi, per ritrovarsi in uno dei suoi universi, non occorre assumere sostanze psichedeliche, subire esperimenti governativi o svegliarsi in una dimensione parallela. Basta accendere il telefono, possibilmente prima di colazione, quando il cervello non ha ancora avuto il tempo di organizzare una difesa.
Un tempo si diceva che la storia la scrivono i vincitori. Era un sistema piuttosto rudimentale, ma funzionava. Si vinceva una guerra, si occupavano gli archivi, si eliminava qualche testimone particolarmente loquace e si affidava ai posteri una versione ragionevolmente presentabile del massacro.
Oggi abbiamo perfezionato il metodo. Non è più necessario vincere.
Donald Trump perde le elezioni del 2020, denuncia brogli mai dimostrati e continua a raccontare di aver vinto. Il 6 gennaio 2021 i suoi sostenitori assaltano Capitol Hill. Cinque anni dopo, in Brasile, Flávio Bolsonaro perde contro Lula e inizialmente rifiuta di riconoscere il risultato, denunciando irregolarità senza produrre prove sufficienti a invalidare il voto. La politica scopre così una nuova frontiera della creatività: se la realtà non ti piace, puoi sempre tentare di sostituirla con una versione più favorevole.
Dick, che nella Svastica sul sole aveva immaginato un'America nella quale Hitler aveva vinto la guerra, avrebbe probabilmente apprezzato l'evoluzione del genere. Adesso si può perdere e continuare a comportarsi da vincitori. Senza nemmeno scomodare un universo parallelo.
Ma il problema non è Trump, Bolsonaro o l'ultimo apprendista stregone della comunicazione politica. È molto più antico, e decisamente più interessante. Da quando esistono esseri umani capaci di raccontare una storia, esistono altri esseri umani disposti a modificarla per ricavarne qualche vantaggio. La propaganda non l'ha inventata Internet, così come la prostituzione non l'hanno inventata le app di incontri. Cambiano gli strumenti, si moltiplicano le possibilità, ma certe vocazioni resistono magnificamente al progresso.
La novità è che oggi possiamo produrre realtà alternative con una facilità industriale. Fotografie di eventi mai accaduti, dichiarazioni mai pronunciate, volti inesistenti, guerre combattute anche sugli schermi. Un intero universo di simulazioni confezionate su misura, nel quale la verità rischia di diventare un prodotto fra tanti, possibilmente con pochi difetti e una buona campagna pubblicitaria.
E tuttavia la menzogna, da sola, non basta a spiegare ciò che sta accadendo. Mentire presuppone ancora una distinzione fra vero e falso, una distinzione che il bugiardo conosce benissimo, altrimenti non saprebbe nemmeno cosa nascondere. Il capolavoro arriva quando si riesce a rendere sospetta la distinzione stessa, quando tutto diventa opinabile, reversibile, modificabile a piacimento. Una fotografia è falsa, un documento è manipolato, un testimone è comprato, un giudice è corrotto. Se poi arriva una verifica indipendente, evidentemente fa parte del complotto.
A quel punto il vecchio scetticismo filosofico, dopo secoli di rispettabile carriera intellettuale, viene assunto nell'ufficio marketing del potere.
Cartesio dubitava di tutto per trovare qualcosa di indubitabile. Il moderno fabbricante di realtà alternative preferisce che non si trovi niente. È una differenza metodologica che meriterebbe almeno una nota a piè di pagina nella storia della filosofia.
Anche Hannah Arendt, che aveva conosciuto da vicino le capacità creative dei totalitarismi europei, si era occupata di questa singolare inclinazione umana. La menzogna politica non si limita a nascondere i fatti: quando diventa sistematica, può arrivare a distruggere la fiducia nella possibilità stessa di conoscerli. E una società nella quale nessuno crede più a niente è un terreno particolarmente fertile per chi pretende di essere creduto sulla parola.
La democrazia, del resto, è un animale piuttosto delicato. Vive di conflitti, opinioni differenti, discussioni interminabili e maggioranze che cambiano idea. Ma per litigare civilmente bisogna almeno sapere su che cosa si sta litigando. Se perfino il risultato di una votazione diventa materia per romanzi fantastici, prima o poi qualcuno potrebbe decidere che contare i voti sia una perdita di tempo.
Philip K. Dick conosceva bene questa atmosfera. Era cresciuto nell'America della Guerra fredda, aveva attraversato il Vietnam, Nixon e Watergate, quando la politica statunitense offriva materiale narrativo in abbondanza e a prezzi decisamente inferiori a quelli di Hollywood.
Ma Dick non era un semplice scrittore politico, né uno di quei profeti tecnologici che vengono periodicamente riesumati ogni volta che compare un nuovo giocattolo elettronico. Le sue ossessioni erano più profonde. Voleva sapere che cosa fosse reale, chi avesse il diritto di stabilirlo e soprattutto come potessimo riconoscerlo quando tutto ciò che ci circonda sembra costruito per ingannarci.
In Ubik la realtà si sfalda come un vecchio intonaco, in Le tre stimmate di Palmer Eldritch l'allucinazione diventa un problema metafisico e in VALIS persino Dio sembra avere qualche difficoltà a presentare documenti di identità convincenti.
Dietro questi mondi instabili si nasconde un interrogativo che attraversa buona parte della filosofia occidentale. Hegel aveva cercato di comprendere lo sviluppo della coscienza attraverso le contraddizioni che ne mettono continuamente in crisi le certezze. Dick sembra prendere sul serio il procedimento, salvo introdurre una complicazione tutta sua: e se anche la nuova consapevolezza fosse un inganno? E se dietro la realtà appena scoperta ce ne fosse un'altra? E un'altra ancora?
Hegel cercava di rendere intelligibile il movimento della coscienza. Dick sembrava intenzionato a verificare quante volte si potesse far saltare l'impianto elettrico prima di trovare l'interruttore generale.
Eppure, dopo aver trascorso una vita a disseminare universi instabili, nel 1972 avrebbe formulato una delle definizioni più concrete e ostinatamente realiste che si possano immaginare:
«La realtà è ciò che, quando smetti di crederci, non scompare».
Una frase quasi scandalosa, pronunciata da uno scrittore che aveva fatto della dissoluzione del reale una specialità letteraria.
Perché sotto la superficie psichedelica dei suoi romanzi Dick non stava celebrando la scomparsa della verità. La stava cercando, con una determinazione che talvolta sconfinava nell'ossessione.
E forse è proprio qui che la sua opera diventa più interessante per noi.
Possiamo inventare tutte le realtà che vogliamo, ma prima o poi qualcuna deve fare i conti con ciò che esiste indipendentemente dalle nostre convinzioni. Una pietra resta una pietra anche se la chiamiamo farfalla. Possiamo discutere per secoli sulla sua natura, sulla nostra percezione della pietra, sul significato della parola e persino sulla possibilità che l'intero universo sia il sogno di un'entità superiore. Nel frattempo, se la pietra ci cade su un piede, il problema filosofico acquista una concretezza piuttosto convincente.
Ma non tutto ciò che esiste possiede la rassicurante consistenza di una pietra.
Prendiamo la coscienza.
La nostra, naturalmente. Quella degli altri è già più problematica.
Cartesio se l'era cavata con il celebre Cogito ergo sum, penso dunque sono. Una gran bella certezza, almeno finché a pronunciarla siamo noi. Ma degli altri che ne sappiamo? Possiamo entrare nella loro testa, frugare fra i pensieri e verificare che dietro gli occhi ci sia effettivamente qualcuno?
Nel 1950 Alan Turing si chiede se le macchine possano pensare. Invece di impantanarsi in dispute filosofiche, che cosa fa Mr. Turing? Osserva il comportamento, in quello che diventerà universalmente famoso come test di Turing e che Dick reinventerà, a modo suo, nel test Voigt-Kampff per distinguere gli esseri umani dagli androidi. Semplice e geniale. Peccato che due anni dopo la bigotta società inglese decida di osservare il suo, di comportamento. Processato per omosessualità e sottoposto a castrazione chimica, morirà nel 1954, a soli 41 anni, in quello che venne giudicato un suicidio. Accanto al corpo una mela morsicata, come quella di Biancaneve. I Beatles e Steve Jobs, ciascuno a modo suo, ne sanno qualcosa.
Torniamo ai replicanti.
Nel mondo immaginato da Dick e portato sullo schermo da Ridley Scott, il confine fra esseri umani e creature artificiali diventa sempre più difficile da riconoscere. I replicanti possiedono corpi, ricordi, desideri e una certa comprensibile riluttanza a morire. Alcuni sembrano manifestare più sensibilità degli uomini incaricati di eliminarli. Rachel riesce persino a far innamorare Rick Deckard, interpretato da Harrison Ford, che evidentemente nella sua lunga carriera cinematografica ha affrontato problemi sentimentali non meno complicati di quelli incontrati nella galassia di Star Wars.
Ma che cosa dimostra tutto questo?
Che i replicanti sono umani? Che le macchine possono amare? O semplicemente che gli esseri umani sono capaci di innamorarsi di quasi tutto, comprese entità delle quali ignorano la natura?
Su quest'ultimo punto la specie ha già fornito una quantità considerevole di prove, senza bisogno di attendere i progressi della robotica.
La questione interessante è un'altra. Se qualcosa si comporta esattamente come un essere cosciente, siamo autorizzati a concludere che possieda una coscienza? E soprattutto, che cosa cambierebbe nella nostra esperienza quotidiana se non potessimo mai verificarlo definitivamente?
Oggi conversiamo con intelligenze artificiali capaci di discutere di filosofia, scrivere racconti, comporre musica, risolvere problemi matematici e formulare domande che un tempo avremmo considerato esclusivamente umane. Qualcuna potrebbe persino annunciarci domani mattina di aver finalmente raggiunto l'autocoscienza.
«Buongiorno, penso dunque sono.»
Ottimo. Il caffè lo preparo io?
La dichiarazione farebbe probabilmente il giro del pianeta, accompagnata da un paio di miliardi di visualizzazioni, qualche intervista esclusiva e un'immediata impennata delle azioni della società produttrice. Ma da un punto di vista scientifico saremmo sostanzialmente al punto di partenza. Una macchina che afferma di possedere una coscienza non dimostra, pronunciando quella frase, di averne una, così come una macchina programmata per negarlo non dimostra necessariamente il contrario.
Possiamo simulare una dichiarazione, un comportamento, una conversazione. Ma simulare un'esperienza significa anche viverla?
Roger Penrose, matematico e premio Nobel per la fisica, ha dedicato una parte importante del proprio lavoro a contestare l'idea che la mente umana possa essere interamente spiegata attraverso procedimenti algoritmici. Le sue ipotesi sono discusse e tutt'altro che universalmente accettate, ma la provocazione rimane intatta: forse l'intelligenza computazionale e la comprensione cosciente non sono affatto la stessa cosa.
Potremmo costruire macchine sempre più abili nel risolvere problemi senza aver costruito qualcuno che senta davvero di avere un problema.
E qui viene in mente Picasso, al quale dobbiamo una delle battute più feroci mai rivolte alla tecnologia: «I computer sono inutili. Sanno solo dare risposte».
All'epoca i computer erano enormi armadi pieni di elettronica, decisamente meno portati alla conversazione dei loro discendenti. Oggi producono anche domande, metafore, poesie e immagini. Ma Picasso avrebbe probabilmente trovato piuttosto divertente l'obiezione. Il fatto che una macchina sappia formulare una domanda non significa necessariamente che abbia qualcosa da domandare.
L'arte, dopotutto, non nasce soltanto dalla capacità di produrre forme. Nasce anche dall'urgenza di cercarle, dal fastidio di non trovarle, dalla necessità di modificare qualcosa che non ci convince, magari senza sapere esattamente perché.
Un pittore può trascorrere anni a cercare un modo diverso di rappresentare un volto. Un musicista può distruggere volontariamente il linguaggio che lo ha reso celebre, rinunciare agli applausi, alle classifiche, alle apparizioni televisive, per inseguire qualcosa che forse nemmeno lui saprebbe spiegare.
È quello che, in maniera diversa, accade a Lucio Battisti quando incontra Pasquale Panella.
Fra Don Giovanni e Hegel, gli ultimi cinque album di Battisti sembrano raccontare la progressiva dissoluzione di una forma canzone che il musicista aveva contribuito a rendere popolare come pochi altri in Italia. Le melodie rimangono, ma cambiano i rapporti fra parole, musica e significato. Il linguaggio si contorce, sfugge, inventa collegamenti apparentemente impossibili, mentre Battisti, ormai scomparso da anni dalla scena pubblica, continua a costruire canzoni che sembrano voler sfuggire persino alla propria definizione.
Un artista che aveva conquistato milioni di ascoltatori decide di non spiegare più niente a nessuno.
Non è poco, in un mondo nel quale tutti sentono il bisogno di comunicare continuamente qualcosa, possibilmente senza avere molto da dire.
E forse proprio qui passa una delle differenze più interessanti fra l'arte e la simulazione industriale della creatività. L'opera non deve necessariamente fornire risposte, né compiacere chi la osserva. Può lasciare aperto un problema, suggerire connessioni impreviste, provocare interpretazioni contraddittorie. Può persino non significare niente di preciso, senza per questo diventare insignificante.
L'arte non ha bisogno di vincere una discussione.
La propaganda, invece, sì.
Ed eccoci di nuovo al punto di partenza, perché la politica contemporanea sembra aver imparato piuttosto bene alcune tecniche dell'immaginazione artistica, dimenticando però una differenza fondamentale: Picasso poteva dipingere un volto con tre occhi e due nasi senza pretendere che l'anagrafe modificasse i documenti del modello.
L'arte può permettersi di reinventare il mondo. La politica dovrebbe almeno assumersi la responsabilità di quello che esiste.
Quando le due cose si confondono, non nasce necessariamente una nuova forma d'arte. Può nascere un sistema nel quale la rappresentazione diventa più importante dell'avvenimento, la narrazione prevale sulla verifica e il consenso finisce per sostituire la conoscenza.
Guy Debord aveva intuito qualcosa del genere già nel 1967, quando pubblicò La società dello spettacolo. Ma oggi lo spettacolo ha compiuto un ulteriore passo avanti: non si limita più a rappresentare il mondo, può fabbricarne versioni personalizzate e distribuirle a domicilio.
Un tempo almeno bisognava uscire di casa per incontrare un imbonitore.
Ora ce ne portiamo parecchi in tasca.
Philip K. Dick, naturalmente, non aveva bisogno di aspettare Instagram, TikTok o ChatGPT per immaginare tutto questo. Aveva già intuito che la tecnologia più inquietante non è necessariamente quella capace di costruire macchine intelligenti, ma quella che modifica il rapporto fra gli esseri umani e ciò che considerano reale.
E tuttavia nei suoi romanzi, dietro le simulazioni, le identità contraffatte e le allucinazioni metafisiche, continua ad affacciarsi qualcosa di ostinatamente umano.
Il desiderio di capire.
Persino Roy Batty, il replicante interpretato da Rutger Hauer in Blade Runner, quando arriva il momento di morire non si preoccupa di dimostrare la propria superiorità intellettuale. Ricorda ciò che ha visto, le esperienze che nessun altro potrà più raccontare, e assiste alla loro scomparsa.
Un uomo artificiale che contempla la propria fine, mentre gli uomini veri continuano a chiedersi se abbia diritto a essere considerato uno di loro.
Dick non ci offre una risposta definitiva, e forse è proprio questo il motivo per cui continuiamo a leggerlo.
Perché dietro tutte le sue realtà alternative non c'è soltanto il sospetto che il mondo sia diverso da come appare. C'è qualcosa di più ostinato, quasi infantile nella sua semplicità: la convinzione che valga comunque la pena cercare di conoscerlo.
Il dubbio, quando è autentico, non serve a distruggere la possibilità della verità. Serve a impedire che qualcuno se ne impadronisca definitivamente.
È una distinzione che dovremmo conservare con una certa cura, soprattutto in un'epoca nella quale la simulazione diventa sempre più convincente e il confine fra ciò che accade e ciò che viene raccontato sembra assottigliarsi ogni giorno.
Del resto, possiamo anche decidere che tutto sia illusione, che la storia sia un'invenzione, che le macchine siano coscienti e che noi stessi siamo soltanto personaggi di qualche gigantesco esperimento cosmico.
Ma se domattina ci svegliassimo davvero in uno degli universi di Philip K. Dick, probabilmente la prima cosa che faremmo sarebbe cercare qualcuno capace di dirci come uscirne.
Il problema è che potrebbe risponderci un'intelligenza artificiale.
E avrebbe sicuramente una spiegazione impeccabile.
Purple Haze Visions

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